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Novembre 2022

Rapporto Cerved PMI 2022

Il Rapporto Cerved PMI 2022 è il documento che analizza lo stato delle piccole e medie imprese italiane nell’ultimo anno

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Copertina di 'Rapporto Cerved PMI 2022'

Da pochi giorni si è conclusa la Cop 27, la Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Le migliaia di delegati di nazioni, governi e istituzioni internazionali hanno discusso le modalità su come affrontare il cambiamento climatico. Fra i principali risultati non compare un nuovo accordo sul taglio delle emissioni, invece, dopo lunghe pressioni di molti Paesi, è stata definita la creazione di un fondo per compensare le conseguenze degli eventi estremi nelle nazioni più esposte. Tuttavia, per la prima volta in un documento finale della Cop, si fa riferimento ad “accelerare le transizioni pulite ed eque verso le energie rinnovabili”. Ma il conto è salato per raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050: a livello globale si tratta di un investimento da 4 trilioni di dollari all’anno in energie rinnovabili.

In tale contesto si inserisce Osservitalia – Rapporto Cerved Pmi 2022, il documento che analizza lo stato delle piccole e medie imprese italiane nell’ultimo anno. Fra i vari aspetti del Rapporto viene analizzato come l’immobilismo verso la crisi climatica metta a rischio le attività economiche. Un dato svelato nel rapporto è esemplificativo. Chi non interverrà sui rischi fisici legati alla crisi climatica avrà nel 2050 il 25% in più di probabilità di default rispetto a oggi e il 44% in più rispetto a chi investe. Per evitare che tale scenario si avveri, l’investimento che le PMI italiane dovrebbero sopportare è di circa 135 miliardi di euro entro il 2030. Secondo le stime si tratta di una cifra che non incrina la solidità finanziaria con l’indebitamento aggiuntivo delle imprese in condizioni di sicurezza di solo 81 miliardi.

Cerved, in Osservitalia – Rapporto Cerved Pmi 2022, ha inoltre condotto un esercizio di Climate Stress Test sulla popolazione delle PMI italiane, integrando gli input forniti dalla BCE, per valutare la resilienza delle aziende e delle banche stesse ai rischi climatici. Nei tre scenari a confronto, la transizione “ordinata” (orderly), che procede in modo regolare verso il raggiungimento degli obiettivi di Parigi, concentra i maggiori investimenti nel decennio 2020-2030; quella “disordinata” (disorderly), in cui gli interventi vengono attuati solo nel biennio 2030-2040, con costi più elevati nel medio termine; infine lo scenario “serra” (hot house), in cui si interviene in maniera insufficiente, con un conseguente aumento della frequenza e della severità degli eventi fisici.

Più nel dettaglio, partendo dalle emissioni, nello scenario ordinato calerebbero rapidamente già nel primo decennio e l’introduzione di una Carbon Tax renderebbe conveniente la realizzazione di forti investimenti per ridurre l’impatto ambientale dei processi produttivi, mentre in quello disordinato le emissioni diminuirebbero solo dal 2040.

Nell’ambito del Climate Stress Test è però la componente del rischio fisico a fare la differenza, perché determina maggiormente la probabilità di default (PD) delle PMI italiane, che anche per la conformazione naturale della nostra penisola si collocano per oltre l’8% nella fascia di rischio fisico alto o molto alto e per il 30% nella fascia di rischio medio. Emerge infatti come gli investimenti portino nel lungo periodo a una riduzione della probabilità di default mediana nei due scenari con transizione, che è invece in crescita dal 2030 nello scenario “serra”, quando l’impatto dei rischi fisici si fa più evidente: +25% di rischiosità rispetto a oggi e +44% rispetto allo scenario ordinato.

Il rapporto ha inoltre svelato l’ottimo andamento economico-finanziario delle PMI nel 2021, purtroppo capovolto dal nuovo scenario dettato dalla guerra e dalla crisi energetica: nello scenario peggiore, nel biennio 2022-23 aumenterà la rischiosità delle imprese e i fatturati si contrarranno, generando nel 2023 una dinamica recessiva (-1%) con effetti molto più pronunciati nei settori ad alta dipendenza dal gas e dall’energia.

La destabilizzazione del quadro internazionale e lo shock energetico, infatti, hanno ridimensionato le aspettative di ripresa economica, che si avviavano a superare i livelli pre-Covid grazie al forte rimbalzo del 2021, e invertito di nuovo il trend, con un conseguente aumento della rischiosità delle PMI nel biennio 2022-23 e un calo del fatturato. In base al Cerved Group Score Forward Looking, l’indice di rischio prospettico di Cerved, nello scenario peggiore – escalation del conflitto russo-ucraino, blocco delle forniture di gas, mancata implementazione del PNRR – le PMI in area di sicurezza si ridurrebbero infatti dall’attuale 46,7% al 35,7% mentre quelle rischiose salirebbero dal 5,7% al 7,5% e quelle vulnerabili dal 13,9% al 20,8%. Quanto ai fatturati, nello scenario più pessimista si contrarrebbero in media dell’1% (-2,4% il MOL), generando nel 2023 una dinamica recessiva (-1%) causata dalla riduzione dei consumi (-0,6%) e dalla stagnazione di investimenti (+1,6%) ed export (+1,9%), con effetti molto più pronunciati nei settori ad alta dipendenza dal gas e dall’energia.

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